Bentornati Allenatori e Allenatrici in questo terzo e penultimo appuntamento con le interviste dedicate ai membri del Team Aqua che abbiamo avuto il piacere di incontrare al termine dei Campionati Internazionali Pokémon Europei (EUIC) di Londra 2026.
Dopo aver raccolto la testimonianza del Campione Internazionale Nordamericano Francesco Pio Pero, oggi è il momento di conoscere più da vicino un altro protagonista del competitivo VGC Pokémon: Davide Fazio.
Ogni giocatore competitivo ha una storia diversa da raccontare. Tra allenamenti, tornei e la continua ricerca del miglioramento, Davide ci ha accompagnato nel suo percorso, condividendo esperienze, retroscena e la mentalità con cui affronta ogni competizione. Scopriamo insieme cosa ci ha raccontato.

Quattro chiacchiere con: Davide Fazio
Ciao Davide, lo scorso febbraio si sono svolti i Campionati Internazionali Pokémon di Londra, un torneo che si è rivelato molto positivo per te e per tutta la squadra. Ti va di raccontarci le emozioni che hai vissuto durante la competizione?
Questo torneo per me è stato davvero particolare perché, due anni fa, sempre a Londra e con lo stesso formato, avevo raggiunto il mio miglior risultato, fermandomi però fuori dalla Top 8 nonostante avessi lo stesso punteggio di alcuni giocatori poi qualificati tra l’ottavo, il settimo e il sesto posto.
Avevo quindi dentro di me una grande voglia di rivalsa. Mi sono detto che sarei tornato a casa con la Top 8 in tasca oppure non sarei tornato a casa affatto. Sono andato a Londra con la voglia di fare bene e sono davvero contento di esserci riuscito.
Come si struttura la tua preparazione a un torneo come l’EUIC?
Onestamente, penso che molti giocatori si preparino meglio di me, dedicando molto tempo alle sessioni di gioco con amici e compagni di squadra, facendo prove di matchup, documentandosi e studiando le varie possibilità. Io invece ho un approccio un po’ diverso: gioco tantissimo e cerco comunque di confrontarmi con i miei compagni del Team Aqua, ma tra lavoro, vita privata e altri impegni faccio più fatica a organizzare sessioni di testing collettive.
Per questo motivo, solitamente scelgo un team e cerco di studiarlo a fondo, giocando un numero elevatissimo di partite per comprenderne ogni dettaglio. Direi che il mio è un approccio da “giocatore solitario”.
Secondo te, quale Pokémon è stato il vero underdog di questo torneo? Quello che magari ha sorpreso più di tutti rispetto alle aspettative iniziali?
Faccio un po’ fatica a fare questo discorso parlando del mio team, quindi preferisco concentrarmi su Pokémon che non ho utilizzato.
Secondo me Capoferreo (Iron Crown) non è stato preso molto in considerazione prima del torneo, nonostante avesse già dato segnali importanti nei tornei precedenti all’EUIC. È anche un po’ la mia “croce”, visto che mi ha eliminato già due volte in Top 8, però bisogna essere oggettivi: è un Pokémon che ha dimostrato di avere un grande valore. Non penso di giocarlo in futuro, difficile che riesca a farci la pace.
C’è un Pokémon a cui sei particolarmente affezionato e che ti piacerebbe portare in un team competitivo, ma che al momento non riesce a trovare il suo spazio nel meta?
Il problema di noi giocatori competitivi è che tendiamo ad affezionarci ai Pokémon con cui abbiamo ottenuto dei buoni risultati. Quindi, se mi chiedessi di fare una lista dei miei Pokémon preferiti, probabilmente ti risponderei: “Tutti quelli forti”, perché quelli scarsi tendo a scartarli a priori.
Sono però molto affezionato a Crawdaunt, perché quando io e Francesco Pio Pero iniziammo la scuola TARL (Team Aqua Research Lab) del Team Aqua, nel 2017, fummo divisi in squadre e io ero il capitano della squadra Crawdaunt. Alla fine riuscimmo anche a vincere il torneo finale.
Per questo motivo sono molto legato a Crawdaunt, anche se, purtroppo, temo che non ce la farà mai.

Come gestisci la sconfitta?
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, le sconfitte pesano di più all’inizio di un torneo che alla fine. Perdere è sempre brutto, sia chiaro, ma una sconfitta in Top 8 ti lascia comunque tante soddisfazioni che aiutano a renderla più facile da accettare. Cerco sempre di essere contento del risultato che ottengo, ma mai completamente soddisfatto. Non credo sia produttivo instaurare un rapporto tossico con il gioco da questo punto di vista.
C’è una sconfitta che ha cambiato il modo che hai di vedere il gioco?
Una sconfitta non ha mai cambiato il mio modo di vedere il gioco, di preparare una competizione o di affrontare un torneo. Può però influenzare il tuo stato mentale durante l’evento, soprattutto se arriva nei primi turni. Quando partecipi a un torneo, metti sempre in conto sia la possibilità di vincere sia quella di perdere: fa parte del gioco. Con il tempo impari anche a gestire la sconfitta e a superarla, anche quando arriva all’inizio del torneo. A questo ci sto ancora lavorando.
Quanto conta l’aspetto mentale durante un torneo importante? Hai notato differenze tra il giocare ai tavoli nelle prime fasi e ritrovarti sotto i riflettori del live stream nelle fasi finali?
Cambia davvero tanto. La differenza si percepisce già nel momento in cui leggi la lista del tuo avversario. Ai tavoli lo fai e poi cerchi di concentrarti subito sulla partita, andando dritto per la tua strada. Sul palco, invece, è tutto diverso. A Londra è stata la mia seconda esperienza in live stream durante un torneo e devo dire che un palco così grande incute un certo timore. Le emozioni sono amplificate al massimo, anche nelle cose più piccole. Già il solo salirci sopra ti mette addosso un’adrenalina incredibile: la tua squadra viene proiettata sullo schermo, hai gli amici e i compagni che fanno il tifo per te. Insomma, è un’esperienza davvero emozionante dove mantenere la calma non è facile.
Come ti sei avvicinato al mondo competitivo di Pokémon?
Ho iniziato nel 2017, un po’ per spirito personale e un po’ influenzato dalla presenza online di Francesco Pardini (content creator e fondatore del Team Aqua, ndr.). Ho sempre giocato a Pokémon, ma sentivo di voler fare qualcosa di più. Ho iniziato a partecipare ai primi tornei, fino a quando non ho visto l’annuncio della TARL di quell’anno. È stata un’occasione importante perché lì ho conosciuto diversi compagni attuali e passati del team: sono diventati amici e questo mi ha aiutato tantissimo anche a mantenere viva la passione per il gioco.
Fino al 2019 vivevo il competitivo un po’ come un “ragazzino delle superiori” che faceva qualche torneo nel weekend. Poi è arrivato il periodo del Covid e, con l’impossibilità di partecipare alle competizioni dal vivo, la mia passione ha iniziato un po’ a calare.
La svolta è arrivata nel 2023, quando è stato annunciato il torneo di Utrecht (Pokémon Special Event di Utrecht 2023, ndr.). Sono riuscito a prendermi del tempo dal lavoro e sono andato. All’inizio è stata dura, ho iniziato con un 0-3, ma poi sono riuscito a recuperare e chiudere con un 6-3. In quel momento ho realizzato che non mi ero mai divertito così tanto giocando a Pokémon.
Da lì ho ricominciato a partecipare ai vari tornei, sia in Italia sia all’estero, fino ad arrivare al Mondiale alle Hawaii. Da quel momento ho capito che voglio continuare a farlo il più a lungo possibile.

Esistono differenze tra i vari team dal punto di vista della mentalità e della cultura competitiva?
La differenza principale, almeno in Italia, è che il Team Aqua è l’unico team che funziona con un vero tesseramento, essendo un’ASD (Associazione Sportiva Dilettantistica). Questo non significa necessariamente essere la squadra più forte, ma lo rende a tutti gli effetti un team sportivo. Esistono altre realtà molto forti e vincenti, ma che magari non sono organizzate con progetti paralleli come quelli che portiamo avanti noi: le TARL, la nuova Battle Cruise o i Battle Lab nei centri commerciali, dove cerchiamo di far conoscere il gioco alle persone che passano di lì.
Sono proprio questi elementi che mi hanno sempre tenuto legato al Team Aqua, oltre ovviamente al rapporto quasi fraterno che si è creato tra di noi. Credo che questo senso di appartenenza esista anche negli altri team, ma la particolarità del Team Aqua è avere la possibilità, e allo stesso tempo la responsabilità, di portare il nostro mondo davanti al grande pubblico.
È una cosa bellissima, soprattutto quando organizzi eventi in cui fai avvicinare i più piccoli al competitivo e li vedi divertirsi come matti. Io sono cresciuto sportivamente all’interno del Team Aqua e mi sento un po’ come Totti con la Roma.
Hai un consiglio da dare a chi vuole approcciarsi al mondo del competitivo?
Il consiglio che do sempre è quello di iniziare senza pensarci troppo: andate a un torneo qualsiasi e giocate. Se vincete o perdete non interessa a nessuno. Io al mio primo torneo ho fatto 1-4 e nessuno ci ha dato peso. Non si nasce forti, si diventa tali giocando e facendo esperienza.
Devo dire che gli ambienti dei tornei sono quasi sempre molto positivi: i giocatori si aiutano a vicenda e si cerca tutti insieme di far crescere la community. Quindi lanciatevi, prendete qualche sberla, fate esperienza e vedrete che, partita dopo partita, vi arricchirete sempre di più.
Hai un aneddoto divertente da raccontare legato a un torneo?
Te ne posso raccontare due: una successa a Londra e una a Siviglia.
A Londra eravamo io, un altro ragazzo del Team Aqua e un mio amico che non fa parte del team. Avevamo preso un appartamento per il torneo e, una volta arrivati, abbiamo passato circa tre ore a vagare per la città cercando di capire dove fosse realmente l’indirizzo, se questa casa esistesse davvero e se il proprietario ci avrebbe mai risposto al telefono. Alla fine abbiamo dovuto cercare un albergo alternativo e discutere con Booking per ottenere il rimborso della prenotazione, che fortunatamente ci è stato riconosciuto.
Dopo un’ora di tutto questo sono andato a fare la spesa, sono rientrato in camera e i miei compagni mi hanno dato la bella notizia: il proprietario dell’appartamento ci aveva finalmente richiamati perché aveva semplicemente dimenticato il telefono spento.
A Siviglia, invece, abbiamo chiamato un Uber per raggiungere la sede del torneo. L’autista arriva, spegne il motore mentre ci aspetta e la macchina non riparte più. Per fortuna un signore che era uscito a comprare le cipolle quel sabato mattina ci ha aiutato a spingere l’auto e siamo riusciti a farla ripartire, arrivando così al torneo.
Non mi lamento, perché ogni volta che succede un imprevisto che potrebbe compromettere il mio percorso in un torneo, alla fine riesco sempre a fare Top 8. A questo punto magari la prossima volta mi prende fuoco il fornello di casa, così magari il torneo lo vinco direttamente.

Questa passione è qualcosa che hai sempre condiviso apertamente con amici e famiglia oppure all’inizio tendevi a tenerla più per te?
Devo ammettere che quando, da quindicenne, sono andato dai miei genitori chiedendo loro di portarmi a Livorno per passare una settimana a giocare a Pokémon, ho visto nei loro volti quella sana preoccupazione che ogni genitore può avere. Fortunatamente sono riuscito a “barattare” il campo estivo con la TARL, anche se non è stato semplice: ero comunque minorenne e i miei genitori, giustamente, volevano avere delle rassicurazioni da parte dell’organizzazione.
Da lì in poi ho sempre partecipato ai tornei ogni volta che ne avevo la possibilità. È capitato qualche volta di saltare un paio di giorni di scuola, ma, con le dovute raccomandazioni, i miei genitori mi hanno sempre permesso di inseguire questa passione.
Ora che sono adulto ho sicuramente molto più supporto e riesco a viaggiare per il mondo grazie ai Pokémon senza che questo pesi sul mio stipendio.
Al lavoro invece cosa dicono di questa tua carriera?
A lavoro non lo sanno. Quando andavo a scuola, invece, i miei compagni erano super aggiornati sul mio percorso: seguivano i risultati e sapevano sempre come erano andati i tornei.
Sei anche appassionato delle carte Pokémon?
Le carte le sbustavo da bambino, come tutti, sempre piaciute, ma mai una grande passione. Adesso apro i box che mi danno ai tornei, le apprezzo ma non sono un grande appassionato.
Hai qualche rito scaramantico prima di un torneo?
Non ho dei veri e propri riti, però ho due talismani che porto sempre con me.
Uno arriva dal 2024: perdo l’anello, faccio 5-3 al Mondiale, ma non riesco a qualificarmi al Day 2. Per tutto il 2025 gioco senza ricomprarne un altro e non riesco mai a raggiungere un Day 2. Poi partecipo a un torneo a Bologna, mi fermo un attimo e decido di ricomprare lo stesso anello. A Bologna torno finalmente a giocarmi un Day 2. Da quel momento l’ho messo con la colla: non lo tolgo mai.
L’altro è un pupazzetto di Rillaboom che porto sempre con me durante i tornei.
Arriviamo alla domanda immancabile, quella che facciamo a tutti gli ospiti di Pokémon Millennium: qual è il tuo Pokémon preferito?
Senza alcun dubbio Rillaboom. Le scimmie mi sono sempre state simpatiche e poi ti trovi davanti un tizio con i capelli lunghi, come me, che suona la batteria, come me. È anche uno starter d’erba, la tipologia di starter che ho sempre scelto, quindi sembrava davvero fatto apposta per me.
Poi ho iniziato a usarlo nei tornei e con lui ho ottenuto la mia prima Top 8, mi sono qualificato al mio primo Mondiale e ho partecipato alla mia prima competizione iridata. Insomma, ormai lo amo. Quando lo toglieranno dalla rotazione probabilmente dovrò cambiare lavoro.

L’intervista a Davide Fazio ci ricorda ancora una volta che il competitivo Pokémon non è fatto solo di strategie e risultati, ma soprattutto di persone, esperienze e legami costruiti nel tempo. Grazie a Davide per aver raccontato la sua storia e per aver condiviso con noi un pezzo del suo percorso all’interno del Team Aqua.
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