Mouse: P.I. for Hire è un titolo che fin dal suo annuncio ha fatto scalpore, soprattutto per il suo stile. Uno sparatutto, in bianco e nero e con una cifra artistica che ricorda fortemente i corti animati degli anni ’30. Grazie, o per colpa, alla sua estetica, il titolo di Fumi Games è facilmente paragonabile a Cuphead, capolavoro dello Studio MDHR.
Purtroppo però, Fumi Games ne ha di formaggio da mangiare prima di raggiungere il livello dei fratelli Moldenhauer. La loro opera prima è infatti palesemente piena di amore per il medium e per tutte le opere citate al suo interno, il risultato è eccessivamente difettoso e poco ispirato sotto tanti, troppi punti di vista.
La fiera dei cliché
Il protagonista Jack Pepper è un investigatore privato di Mouseburg, una New York fittizia degli anni ’30 abitata da topi antropomorfi. Già all’avvio il gioco fa, a mio avviso, un errore, ossia partire con il finale dell’avventura. Il classico cliché narrativo del far vedere la conclusione della storia e poi raccontare come ci si è arrivati è poco intelligente per un’opera che fa del mistero e dell’investigazione tutta la sua ragion d’essere. Nel momento in cui si è a conoscenza fin da subito di chi è il cattivo della storia, si passano le restanti 10 ore di gioco nella noia, attendendo un colpo di scena che già si sa.
Ad ogni modo, Jack Pepper si ritrova a investigare sul caso di Steve Bandel, amico e prestigiatore di grande fama scomparso durante un suo show. Da qui Jack, cercando il mago, si imbatterà in una serie di altri misteri in giro per Mouseburg. Questioni di criminalità organizzata, partiti politici estremisti, corruzione e sette religiose su cui cercherà di mettere luce sparando a destra e a manca anche se, teoricamente, non dovrebbe dare nell’occhio.
Tutte le storie si sviluppano e intrecciano tra di loro, nel migliore dei casi, in maniera abbastanza telefonata e banale, se non pigra. Se però si possono interpretare la poca originalità e i cliché come citazionismo, non si può sorvolare sulla pessima scrittura. Nessun personaggio è caratterizzato veramente se non per qualche dialogo sporadico e didascalico, così come anche le tematiche politiche e sociali trattate. Quando il gioco tenta di raccontare momenti colmi di partecipazione emotiva, risulta solo goffo e superficiale.
L’unica nota positiva è l’atmosfera generale del titolo tra musica, dialoghi, ambientazioni e doppiaggio. Quest’ultima parte, già ottima di per sè, viene impreziosita dal lavoro di un perfetto Troy Baker nei panni del protagonista. Tutto si unisce per creare un mondo comunque ispirato e credibile che prende a piene mani dai grandi classici noir. Inoltre, il gioco è infarcito di citazioni al cinema, alla letteratura e non solo che sicuramente divertiranno gli appassionati.
Un clone di Doom confuso, noioso e ripetitivo
Il protagonista si trova a dover esplorare luoghi della città di Mouseburg alla ricerca, tra una sparatoria e l’altra, di indizi da appendere alla propria lavagnetta, sbloccando così altre aree da esplorare. Partendo dalla fase di esplorazione, in assoluto la parte più debole, il titolo sembra voler incentivare il giocatore a trovare segreti nascosti in giro per la mappa. È pieno infatti di enigmi di scassinamento alla Bioshock e collezionabili.
Il level design delle mappe, però, è estremamente lineare. In più, non solo cercare questi segreti è semplicissimo, ma anche quasi del tutto inutile. Nella maggior parte dei casi, infatti, questi portano a delle monete superflue, a dei pezzi di giornale, leggibili ma trascurabili, o a qualche sporadico collezionabile. Per di più, i puzzle, noiosi e poco appaganti, si ripetono nel corso di tutto il gioco. Le attività secondarie, comprese anche le banalissime missioni secondarie, sono quindi talmente poco interessanti da spingere il giocatore ad andare dritto verso l’obiettivo principale, ossia i combattimenti.
Le fasi d’azione sono il vero punto cardine del gioco. Queste tentano in tutti i modi di replicare la frenesia dei classici sparatutto in prima persona come Doom, ma non riescono neanche ad avvicinarcisi. Il sistema di movimento e di shooting rendono infatti l’azione più confusionaria che concitata, con una totale assenza di feedback dei colpi. Consiglio di vivere l’esperienza su Nintendo Switch 2 con la modalità mouse dei Joy-Con 2, che rende l’esperienza più piacevole.
I combattimenti sono anche loro ripetitivi, in quanto il gioco ha circa 5 tipi di nemici riproposti in loop con delle variazioni puramente stilistiche, una scarsa intelligenza artificiale e un comparto mosse estremamente limitato. Nessun combattimento, neanche quelli contro i boss, è in grado di offrire una sfida avvincente al giocatore, che può limitarsi a sparare a casaccio. Infine, le numerose armi utilizzabili sono fine a se stesse, dato che la maggior parte delle volte si finirà per utilizzare sempre la stessa arma.
Un figlio disconosciuto di Cuphead
Di questo gioco si è parlato molto bene soprattutto in merito allo stile dei personaggi, che ricordano molto quello di Cuphead e, di conseguenza, dei corti di Disney, Fleischer e compagnia. Ecco, anche qui sorgono delle criticità importanti. Sebbene infatti le animazioni siano veramente ben fatte, i personaggi 2D immersi nelle mappe 3D appaiono ineleganti e fuori contesto. I “cartonati” infatti sono spesso protagonisti di episodi di compenetrazione tra i modelli.
Il design dei protagonisti, poi, non funziona: i personaggi si assomigliano a vicenda e sono davvero pochi quelli che rimangono impressi nella memoria. Gli ambienti circostanti invece sono caratterizzati grazie al bianco e nero gestito modestamente, rimanendo però dimenticabili.
Anche la colonna sonora ricorda quella di Cuphead, con un jazz di un livello generalmente buono. Le tracce però non sono moltissime e sicuramente manca la coesione tra musica e gameplay. Spesso, per esempio, accade che il tema del combattimento finisca ancora prima che lo scontro si concluda effettivamente.
Le prestazioni su Nintendo Switch 2 sono altalenanti. Il gioco non supera mai i 30 fps e spesso ne scende al di sotto, con diversi cali pesanti e distorsioni audio nelle fasi più concitate. Infine, i caricamenti sono piuttosto lunghi e talvolta frustranti. Per concludere con una nota positiva, il gioco è fortemente personalizzabile dal punto di vista visivo e sonoro, con tanti filtri per dare alle immagini e all’audio uno stile retro.
Conclusioni
Mouse: P.I. for Hire è sicuramente un gioco fatto con tanto amore e che può essere apprezzato per le atmosfere che crea. Purtroppo però ciò non basta per rendere valido un videogioco. Questo titolo si mantiene abbastanza stabile su una linea di mediocrità generale, incapace di essere in alcun modo memorabile. Rimane un’idea interessante e coraggiosa, ma lasciata a se stessa senza che qualcuno le abbia dato una forma vera e propria. Il gioco è ora disponibile su Nintendo eShop a 29.99€.
Voto: 5
Animazioni ben curate
Doppiaggio di alto livello
Idea alla base interessante
Modalità mouse per Nintendo Switch 2
Enigmi ripetuti ed esplorazione poco stimolante
Combattimenti confusionari e senza sfida
Sceneggiatura banale e poco coinvolgente
Dissonanza tra personaggi 2D e ambienti 3D
Prestazioni su Nintendo Switch 2 insufficienti
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